Sono un tecnico

Tecnico.
Io sono un tecnico.
Questa affermazione mi da sicurezza e, cosa più importante, la trasmette anche agli altri.
Con un tecnico a fianco pensi sia impossibile rimanere con la macchina in panne, che qualsiasi “belva” elettronica ti troverai davanti potrà essere domata.
Sappiamo tutti che non è così.
Oggi però in molti hanno bisogno di un aiuto, di una bussola per navigare in una società sempre più tecnologica.
Allora, ben venga il tecnico!
Ho anch’io come tutti ho dei limiti ma, nonostante questa consapevolezza, mi capita spesso di presentarmi concludendo la frase con “… sono un tecnico, lavoro nel settore…”.
L’atteggiamento del mio interlocutore di solito non cambia.
A meno di non aver di fronte un artigiano incaricato di effettuare uno dei tanti lavori necessari a mantenere efficienti tutte le suppellettili che ci accompagnano nella vita moderna. Meccanico, idraulico, informatico, ecc.
La categoria come ben sapete è ampia.
In questo caso la mia dichiarazione credo serva a ristabilire il giusto equilibrio tra cliente e fornitore.
Occhio, non è facile fregarmi!” Questa in estrema sintesi è il messaggio che cerco di lanciare.
Ma anche in questo caso, ci sono dei limiti.
In alcune situazioni infatti la dichiarazione di essere un tecnico potrebbe configurarsi come vera e propria resa anticipata.
Mettiamo il caso di essere di fronte ad un fiscalista, ad un notaio, insomma ad un “azzeccagarbugli”. In questa situazione il tecnico si presenta come la perfetta vittima sacrificale. Questi professionisti distruggeranno in breve ogni certezza portando il tecnico su di un terreno ostile, paludoso. Ed in fondo alla palude, inevitabilmente, il tecnico sprofonderà davanti alle sue stesse fonti di certezza: norme, leggi e procedure sconosciute si trasformeranno in una trappola mortale.
La mia però è una storia diversa.
Io non ho scelto di fare il tecnico, io ci sono nato.
I ricordi della mia infanzia arrivano ad un’età stimata tra i sette ed otto anni.
Allora, stiamo parlando degli anni 70, la vita non era sicuramente difficile. Le giornate, dopo la scuola, trascorrevano in compagnia dei nonni. Abitavo infatti, insieme ai miei genitori, con i nonni materni, in un appartamento nel quartiere San Donato ancor oggi utilizzato da mio fratello. In quel periodo i nonni rappresentavano per me un vero e proprio punto di riferimento. Non solo per le giornate passate insieme a loro ma anche per i principi di educazione che mi hanno saputo dare. Mi riferisco prevalentemente al lavoro di “attento giardinaggio” che ha consentito di far crescere in me un’anima da perito.
Per consentire questa crescita i miei nonni hanno sempre utilizzato quello che definirei l’alimento principale del tecnico, un vero e proprio latte materno: la manualità.
La nonna Iole, ad esempio, era qualcosa di più di una semplice casalinga.
Era lo Schwarzenegger della casa. Un marines capace di destreggiarsi con 10 o più uova di tagliatelle che, tirate a mano – come granate – potevano stendere sino a 15 invitati.
Ad anni alterni partivano poi vere e proprie campagne di approvvigionamenti tattici.
Ricordo ancora la produzione industriale di papusse in lana realizzate a maglia con suola in panno ricucita a mano. I livelli di produzione erano tali che, in caso di necessità, avrebbe sicuramente soddisfatto l’esigenza dell’intero condominio. Rimanendo nel medesimo “settore strategico”, da non sottovalutare fu anche la produzione di quadrotti in maglia di lana che, una volta uniti, formavamo coperte singole e matrimoniali. La catena era però potenzialmente infinita e sicuramente sarebbe stato possibile realizzare, dall’unione delle varie coperte, anche un piccolo campo di atterraggio per elicoterri da combattimento.
Ma grazie a Dio non eravamo in guerra.
La guerra per i miei nonni era solo un lontano brutto ricordo. Penso che proprio questo ricordo, accompagnato da miseria e privazioni, costituisse la principale molla di questo continuo fare e costruire.
Triestino, il marito della nonna Iole, ha rappresentato il vero e proprio mentore del mio “spirito tecnico”. L’associazione delle parole, spirito e tecnico, può effettivamente sembrare forzata ma ora stiamo parlando di un bambino che, per fortuna, non deve necessariamente dividere le componenti della sua personalità.
Triestino era un ex ferroviere. Era entrato nelle Ferrovie dello Stato dopo la guerra, al ritorno dalla campagna di Russia.
Dei suoi anni di lavoro mi restano due ricordi.
La “gamella” (non so se il termine è appropriato) che gli preparava la nonna con il pranzo che avrebbe consumato al lavoro. Una specie di doppio ticket restaurant. Un primo contenitore riempito per metà con carne o verdura. Sovrapposto, nella restante metà, si inseriva un secondo contenitore più piccolo con all’interno quella che noi a Bologna impropriamente chiamiamo la minestra (di solito pasta). Esternamente l’insieme si presentava come un pentolino di forma ovale in acciaio inox con relativo coperchio ermetico a scatto.
In attesa dell’avvento dei forni a microonde il tutto si scaldava poi a bagnomaria in cantiere.
Il secondo ricordo fu una visita alla cabina di guida di una “littorina” che ai miei occhi di bambino appariva come la sala comando dell’enterprise. Per i più giovani, e non appassionati di ferromodellismo, voglio precisare che la “littorina” costituiva in quel periodo il treno dei pendolari. Assomigliava ad un gigantesco “suppostone” di colore marrone chiaro a trazione elettrica e, nonostante le farmaceutiche sembianze, ha comunque rappresentato una parte della storia delle ferrovie italiane del dopoguerra.
A quei tempi la motrice era ormai un gigante stanco, prossimo alla pensione, ma per me poter salire nella cabina di comando rappresentava comunque un grande privilegio.
Come avvenne per la littorina anche il mio nonno poi andò in pensione. Una meritata, lunga, pensione. Come dovrebbe essere per tutti i veri lavoratori. Un periodo di riposo per poter coltivare le proprie passioni spesso trascurate durante la vita lavorativa.
E le passioni al nonno Triestino non mancavano!
Giardinaggio, orto, riparazioni meccaniche di vario genere, il rito del vino e del suo imbottigliamento. Ogni giorno era impegnato in qualcosa di utile e di nuovo.
Io a quel tempo mi limitavo ad osservare.
Per consentire la giusta crescita del mio “spirito tecnico” mi recavo con cadenza pressoché giornaliera nel suo piccolo tempio. La cantina.
Tutto lì era ordinato.
Appena entrato, sulla destra, trovava posto un vecchio frigorifero di recupero per stivare eventuali sovrapproduzioni alimentari o di pescato (nota: dovete sapere che la passione per la pesca ha da sempre accomunato i miei nonni ed il mio babbo. Per quanto mi riguarda però, a parte la conoscenza di poche azioni basilari, quali montaggio dell’amo, la predisposizione della lenza, la gestione dell’esca, ecc. non ho mai trovato particolarmente interessante questo passatempo). Subito dopo la zona vino: Prima le bottiglie etichettate, poi le damigiane a riposo e, negli scaffali superiori, vari ammenicoli enologici allora a me sconosciuti.
Sulla sinistra invece erano collocati alcuni armadietti di varie dimensioni in grado di contenere ogni cosa che veniva espulsa dalla casa perché rotta o ritenuta non più utile.
“Tu sò e met là c’la so la gnarà!” era il suo motto (nota: dal diletto bolognese la frase si potrebbe liberamente tradurre in italiano nel seguente modo “Raccogli e metti là che prima o poi il suo momento arriverà”).
I limiti di immagazzinamento sembravano infiniti. L’importante era però mantenere un certo ordine.
Il carattere un po’ taciturno e serio del nonno contribuiva ad amplificare questa sensazione d’ordine. Con il tempo anch’io ho capito che accumulare cose in modo disordinato è un’inutile perdita di tempo.
Una cosa ti può servire in futuro solo se sei in grado di ritrovarla. In caso contrario è solo zavorra. Forse non è così per tutti, ma nel corso della mia vita, il mantenere un certo ordine delle cose non solo mi ha aiutato a ritrovare rapidamente degli oggetti ormai dimenticati ma, cosa più importante, ha accresciuto il mio senso di sicurezza.
Torniamo però al piccolo tempio.
In fondo, in posizione centrale e ben illuminato, si trovava il tavolo da lavoro. Si presentava contornato di attrezzi di vario genere: chiavi esagonali, cacciaviti e pinze. Il resto del materiale necessario alle riparazioni era riposto in vari cassetti. Davanti a quel tavolo da lavoro ho imparato quelle che, azzardando, definirei le regole fondamentali del bricolage:

– Pur nella sua specificità ogni attrezzo può all’occorrenza adattarsi ad altri usi;
– Spesso un attrezzo è complementare all’altro;
– Una riparazione complessa difficilmente potrà essere realizzata con un unico attrezzo e solo la disponibilità, a volte anche contemporanea, di vari attrezzi potrà farci raggiungere il risultato previsto;
– L’attrezzo è solo… un semplice attrezzo. Se usato male provocherà quasi sicuramente dei danni.

Con il passare degli anni l’osservazione si è evoluta nella, molto più gratificante, sperimentazione. Ho così capito a mie spese che i fondamentali sopra indicati non sono propriamente elencati in ordine prioritario.
Guardare il nonno smontare e riparare la gomma della bicicletta era sicuramente più facile che farlo di persona. Anche se potevo usare i medesimi attrezzi.
Pur sbagliando però il lavoro manuale mi dava già allora un sottile senso di piacere. “Figuriamoci quando riuscirò a riparare bene la camera d’aria!” pensavo tra me.
Ed effettivamente fu così. Gli altri nonni non erano però da meno.
Ho parlato prima dei nonni materni in quanto la convivenza con loro ha inevitabilmente stretto maggiormente i rapporti. La grande manualità era probabilmente una caratteristica generazionale in quanto anche i miei nonni paterni mi hanno portato un grande contributo.
Il nonno Mario soprannominato “nonno barba” faceva il falegname e, per un bambino cresciuto con Pinocchio, già questo era una garanzia.
La figura di Geppetto, che penso potrebbe oggi assimilarsi al mestiere dell’ ebanista, non rispecchiava però quella del nonno barba.
Innanzitutto perchè il mio nonno amava lavorare a macchina, in serie, senza troppi riccioli artistici. E anche come carattere sicuramente era più allegro di Geppetto. Scherzava spesso, non solo me. Gli amici del bar gli avevano affibbiato il nomignolo di “barzlenna” probabilmente riferendosi alla sua attitudine a raccontare barzellette ed allo scherzo.
Richiamando l’ultima dei “fondamentali” il nonno barba si vantava di essere uno dei pochi falegnami bolognesi della sua generazione ad avere ancora tutte le dita delle mani al suo posto, falangette comprese. Bastava guardare il pollice destro del suo titolare per capire che stava parlando a proposito.
Anche oggi se entro in una falegnameria, vi sembrerà strano, ma lo sguardo cade spesso sulle mani delle persone. Oggi forse questa “maledizione” del falegname sta per essere sconfitta, ma non così velocemente come vorrebbero farci credere.
Il mio ricordo della falegnameria si alterna dal rumore della gigantesca cartatrice lineare al rumore più sordo, ma più “cattivo”, della sega a nastro. Mai avrei avvicinato una mano a quella lama infernale come faceva mio nonno. Preferivo correre a recuperare un “gruzzolo” di legnetti di scarto da portare a casa per le mie costruzioni. Analogamente ai migliori mobili, nati dalle millimetriche lavorazioni a macchina, anche gli scarti godevano di una loro perfezione, un taglio lineare, spigoli vivi ma senza schegge, insomma l’ideale base per creare nuovi giochi.
Una volta completai il mio bottino recuperando anche della vernice alla nitro dagli amici della vicina carrozzeria. Arrivato poi a casa iniziai subito la costruzione di una favolosa nave da guerra. La vernice verde scuro che avevo preso in carrozzeria si adattava perfettamente al mio ideale di colorazione militare (in realtà quasi tutte le marine prediligono il grigio chiaro, ma non soffermiamoci su inutili dettagli).
Prima di passare alla verniciatura del legno provai, come ogni buon cuoco, ad annusare il contenuto del barattolo mettendo il naso sul filo del barattolo.
L’esalazioni della vernice nitro mi procurò istantaneamente una tremenda fitta al capo. Per un istante ho potuto ricostruire perfettamente il tracciato del mio sistema nervoso olfattivo dal naso sino al cervello.
La vernice nitro credetemi è veramente un “gran botta”, specialmente per un ragazzino di otto anni. Ho lasciato per ultima la nonna Mina.
Villemina per l’esattezza, nata a Portomaggiore il 01/01/1920. La macchina da cucire era come una specie di propagine del suo braccio. Una specie di cyborg finalizzato non alla distruzione ma bensì al cucito.
Professione camiciaia; la nonna Mina potrebbe oggi surclassare la migliore produzione cinese in termini di produzione, orari di lavoro e flessibilità. Orli, rammendi, camice, lavorazione della pelle e del camoscio.
Amava la pelle, elegante, colorata, priva di imperfezioni. Amava le camicie, le misure, i dettagli, le asole, le righe. A tinta unita però no. Le camicie a tinta unita un po’ la disturbavano.
Una cosa odiava sicuramente nel suo lavoro. Una cosa per la quale ha combattuto sino alla fine: le etichette. L’eliminazione sistematica delle etichette era diventata una sua battaglia personale. Non ho mai capito perché odiasse le etichette. Anche quelle che ognuno di noi cerca di custodire gelosamente, quelle contenenti i preziosi riferimenti sul tipo di lavaggio da effettuare o sulla composizione del tessuto. Quella specie di passaporto senza il quale l’indumento difficilmente potrà superare la frontiera della lavanderia.
Lei non aveva pietà, mai. Una sforbiciata e …via!
Decine di preziose indicazioni utili – forse alcune anche un po’ inutili – scomparivano indiscriminatamente da ogni capo che le passava tra le mani.
La nonna Mina era fatta così prendere o lasciare.
Il nonno barba aveva deciso di prenderla e a mantenuto fede alla sua scelta nonostante il suo carattere non sempre facile.
Effettuando le nonne attività manuali prettamente femminili l’influenza sulla mia crescita tecnica fu sicuramente minore. Non per questo però mi tiravo indietro ad impastare la farina o provare ad impugnare i ferri da maglia.
Inoltre, per quanto riguarda la nonna Mina, la sua “orientale” capacità di adattamento produttivo, gli consentiva di confezionare anche perfetti abiti per Barbie o BigJim facendo così la felicità delle mie amichette d’infanzia (per non dilungarmi ulteriormente lascio ad ognuno di voi la possibilità d effettuare un’eventuale ricerca in rete per avere ulteriori indicazioni sulla figura di BigJim).
Avrei tante altre cosè da scrivere su ognuno dei miei nonni ma sicuramente un filo comune li collega tutti: la loro manualità.
Una componente fondamentale maturata probabilmente dalla necessità e cresciuta poi negli anni attraverso l’esperienza.
Forse nella generazione dei miei nonni la necessità materiale era la prevalente. Oggi però non dobbiamo pensare che sia scomparsa, è semplicemente cambiata. Anche nell’era di internet saper riparare una bicicletta può ancora rivelarsi utile, come approccio mentale, come semplice esercizio fisico.
E poi, visto gli attuali prezzi dei meccanici di biciclette, forse anche l’aspetto economico non è da trascurare.

Dedicato ai miei nonni ed ai tanti anni felici passati con loro.

 

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