Il Telegrafo di Bologna

Nel XIX secolo a Bologna il nuovo Stato unitario voleva offrire alla cittadinanza una sede postale e telegrafica con spazi più consoni alle rinnovate esigenze del pubblico e più comodi per il personale. Gli uffici, disposti nelle stanze del Palazzo Comunale prospicienti Piazza Nettuno, vicino all’attuale Sala Borsa, furono aperti al pubblico il 16 ottobre 1876 e secondo i giornali d’epoca vi fu gran folla a vedere il nuovo uffizio’, specialmente durante la sera quando “l’illuminazione a gas faceva bell’effetto”. La sede di Piazza Nettuno restò attiva fino al 1911, quando venne trasferita in Piazza Minghetti, nel grande e storico palazzo costruito per le Poste su progetto di Emilio Saffi (ed, ahimè, ora venduto nel nome del risanamento aziendale).

Risale a quei tempi, e precisamente al 1893, il coinvolgimento del Telegrafo Bolognese nella vicenda che ha ispirato a Francesco Guccini “La locomotiva”. “Il disastro di ieri alla ferrovia – l’aberrazione di un macchinista” titola il Resto del Carlino del 21 luglio 1893 “Poco prima delle 5 pomeridiane di ieri, l’Ufficio Telegrafico della stazione (di Bologna, ndr) riceveva dalla stazione di Poggio Renatico un dispaccio urgentissimo (ore 16,45) annunziante che la locomotiva del treno merci 1343 era in fuga da Poggio verso Bologna. Lo stesso dispaccio era stato comunicato a tutte le stazioni della linea, perché venissero prese le disposizioni opportune per mettere la locomotiva fuggente in binari sgombri dandole libero il passo in modo da evitare urti, scontri o disgrazie. […] Capo stazione, ingegneri e personale del movimento furono sossopra e chi diede ordini, chi si lanciò lungo la linea verso il bivio incontro alla locomotiva che stava per giungere. Non si sapeva ancora se la macchina in fuga era scortata da qualcuno del personale; e solo i telegrammi successivi delle stazioni di San Pietro in Casale e Castelmaggiore, che annunziavano il fulmineo passaggio della locomotiva, potevano constatare che su di essi stava un macchinista e un fuochista. Ma la corsa continuava e la preoccupazione alla ferrovia cresceva”.

”Alle 5,10 [la locomotiva] entrava dal bivio e passava davanti allo scalo, fischiando disperatamente, con una velocità superiore ai 50 km. Sulla macchina c’era un uomo che, invece di dare il freno, cercare di fermare, metteva carbone…. Era un uomo che correva, che voleva correre alla morte! Il personale lungo la linea agitando le braccia, gridando, gli faceva cenno di fermare, di dare il freno; taluno gli urlò di gettarsi a terra, ma egli rimaneva imperterrito nella locomotiva. Un esperto macchinista, il Mazzoni, che era lungo la linea e lo vedeva correre incontro a morte sicura, gli gridò: “buttati a terra!”; ma il giovanotto – che giovane era lo sciagurato – dalla banchina a lato della piazza tubolare d ella caldaia tenendosi alla maniglia di ottone, si portò sul davanti della locomotiva sotto il fanale di fronte, attaccato sempre alla maniglia e colla schiena verso la stazione dov’era il pericolo. 
”La locomotiva (della quale il giornale ci dà anche il numero di matricola: era la 3541) andò quindi a sbattere contro la vettura di prima classe ed i sei carri merci che si trovavano in sosta sul binario tronco alla velocità di 50 chilometri orari.”Al momento dell’urto egli era sulla fronte della macchina e i presenti che lo videro esterrefatti passare dinanzi a loro affermano che proprio al momento dell’urto egli si sporse in fuori, volgendo la testa verso la vettura, contro alla quale andava a dar di cozzo. L’urto, disastroso per la macchina e i carri, fu tremendo per l’uomo. Egli rimase preso fra la macchina e il vagone di la classe schiacciato orribilmente. Accorsero funzionari delle ferrovie, di P.S., guardie, personale viaggiante e manovali e il disgraziato fu tosto riconosciuto. È certo Pietro Rigosi di Bologna, di anni 28, fuochista da parecchi anni e buon impiegato… a Poggio Renatico, mentre il macchinista Rimondini Carlo era sceso un momento, il Rigosi aveva sganciato la locomotiva del treno merci e poi l’aveva lanciata a tutta velocità legando la valvola del fischio, per modo che destò l’allarme per tutta la corsa. Avrebbe potuto pentirsi durante il tragitto e dare il freno (che funzionava bene anche dopo la catastrofe) ma egli non volle. Probabilmente un’improvvisa alterazione di cervello che lo rese crudele contro se stesso, perché, per quanti pensieri di famiglia egli avesse, non giustificavano certo un tentativo di suicidio che poteva costare la vita a molte altre persone.” Tutti riconobbero il ruolo straordinario degli uffici telegrafici sulla linea, il cui monitoraggio della situazione in tempo reale aveva evitato una strage.

Dopo quello che potremmo definire il periodo d’oro il Telegrafo lascio il passo alla nuova tecnologia della comunicazione: il telefono. Nella seconda metà nel 900, pur in modo meno visibile, il servizio telegrafico continuò a mantenere un certo prestigio grazie al progressivo rinnovamento degli apparati e dei servizi (vaglia, telefoto, ecc.) presso la nuova sede di Via Alessandrini (P.zza XIII Agosto). Nonostante ulteriori vari trasferimenti, ristrutturazioni e la sostituzione degli apparati con personal computer la concorrenza del fax e delle nuove tecnologie (internet) hanno portato negli anni 90 il servizio verso un inesorabile declino. Una lenta agonia che portò alla definitiva chiusura dell’Ufficio Telegrafico di Bologna nel corso del 2002.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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