Ricordando lo stesino (di Michele Brina)

A proposito del più veloce dei motorini che ho avuto da adolescente, cioè un motorino auto costruito un pezzo qua e un pezzo là, un mio amico di vecchia data che gestiva un sito motociclistico mi chiedeva: “Secondo me sei stato uno dei precursori del tuning. Oggi fanno tutti i fenomeni comprando pacchetti di elaborazione già pronti mentre tu invece ti smaronavi ad elaborare il motore in maniera artigianale. A che velocità era arrivato sullo stradone, che non ricordo? I 90?”

Veramente…  i 104. Eravamo sulla Trasversale di Pianura (SP3) tra Funo e San Giovanni P. (uno stradone lungo e dritto a nord di Bologna  oggi trafficatissimo, all’epoca, 1979, praticamente vuoto). Tuttavia non ci tengo a raccontare queste cose. Oggi mi considero pazzo se penso a quelle imprese funamboliche. Sulle SS viaggiavo tranquillamente a 80-90 assieme al flusso auto sebbene avessi un 50ino. Ero senza assicurazione perché all’epoca non era obbligatoria. Ero incosciente! Mi è sempre andata grassa, ma con un minimo di sfiga, mi sarei potuto anche ritrovare su una sedia a rotelle. Se avessi un figlio che facesse queste robe lo terrei incatenato al letto: pensa se solo avessi anche solo fatto delle lesioni a qualcuno, mio padre e mia madre si sarebbero mangiati la casa! All’epoca ero adolescente e avevo pure io l’incoscienza tipica che si ha a quella età, ma non posso per questo fare un processo ai miei genitori. Non è facile fare i genitori e stare sempre ne troppo di qua ne troppo di la. E per fortuna che non sono genitore.

L’unica cosa che mi “consola” è che erano altri tempi. Non vuole essere una giustificazione, ci mancherebbe, ma solo una piccola attenuante. All’epoca infatti, queste cose erano considerate meno gravi di oggi semplicemente perché gli standard erano diversi. Allora era “normale” che molti motorini facessero quelle peripezie, come era “normale” ad esempio scazzottarsi tra compagni di scuola. Come era “normale”  uscire dalla scuola negli orari di lezione e andare a giocare a biliardo o flipper. Oggi essendo cambiati gli standard medi, queste cose non sono più considerate “normali”. Cambiando cioè le regole sociali, cambia il metro di riferimento. E di conseguenza può passare la mia attenuante: “erano altri tempi”.

Si, mi smaronavo a elaborare da me stesso il mio motore: mi piaceva e poi non c’erano soldi per comperare le elaborazioni già fatte. Se avessi chiesto a mia madre dei soldi per una elaborazione (cilindro e pistone Pinasco costava attorno alle 30.000 lire dell’epoca) mia madre mi avrebbe… “dato il resto”. Cioè i miei genitori non mi davano certo dei soldi per fare andare il motorino più forte e più di tanto non potevo chiedere, dovendo tergiversare scuse di acquisti di altri prodotti. Risparmiavo anche sul panino dell’intervallo a scuola: mia madre mi passava il panino al prosciutto e io prendevo quello alla mortadella. Bisognava aggirare l’embargo con ogni sistema, cioè arrangiarsi di continuo. Come dicevo prima: altri tempi… Molti meno soldi di oggi per noi figli del tempo… Altri ricordi…

Prima dello Stesino, giravo con un “trombone” inqualificabile. Il soprannome me lo avevano dato i ragazzi delle palazzine di fronte, a fronte del cesso che era. Lo aveva comperato mio padre, ma mica per farci le corse: costava poco (non c’era da meravigliarsi su questo) e soprattutto gli tornava comodo andare a lavorare in estate col caldo, anziché cuocersi dentro la macchina e con questa consumare benzina. A proposito del nefasto “Trombone” bisogna ricordare un aneddoto: il motorino era in condivisione tra me e mio padre, ovvero, se gli serviva per il lavoro se lo prendeva lui, se no potevo usarlo, stando rigorosamente agli orari, in previsione che dovesse andare al lavoro. Ma quel pomeriggio avevo un importante giro con gli amici proprio nell’orario a cui mio padre serviva il motorino, e non potevo mancare. Ovviamente mio padre non ne voleva sapere di prendere l’auto: dovevo stare a casa.

Salvo che… nel mezzogiorno andai in garage e misi un po’ di carta nella pipetta della candela del motore: non facendo il contatto elettrico, il motore non poteva avviarsi. Nel pomeriggio andai volutamente in garage a mettere a posto la bici per vedere la scena assieme a mio fratello che però non sapeva nulla del diabolico piano. Mio padre ci salutò, ci fece le solite raccomandazioni ed iniziò ad avviare il motorino. Dopo 7-10 tentativi iniziò a spingerlo ma ovviamente non si sarebbe potuto avviare. Incazzatissimo anche per il caldo (spingere un motorino in estate fa sudare, soprattutto se hai la divisa da lavoro) oltre che si stava facendo tardi, dopo avere detto una serie infinita di imprecazioni prese l’auto e se ne andò. Aspettai almeno 20 minuti per agire: vuoi mai che fosse tornato indietro e mi avesse beccato? Sarei stato finito. Trascorso quindi il necessario tempo di “latenza” di sicurezza, dissi a mio fratello che sarei andato via in motorino. Lui mi guardò stupito perché non sapeva nulla. Io gli feci vedere la carta rimossa e al primo colpo il motorino si avviò. Naturalmente alla sera feci passare l’idea che avevo riparato io il motorino perché aveva la candela (o le puntine, non ricordo) sporche. Ci misi 25 anni per raccontare a mio padre la verità su quell’episodio.

Tuttavia era chiaro che serviva un “mio” motorino, dunque l’occasione capitò quando il marito della cugina di mio padre mi disse che dove lavorava lui, c’era un vecchio cesso abbandonato e che se volevo, potevo anche solo prenderci dei pezzi. Quando me lo portò a casa vidi che il telaio era si sporco e brutto ma “potente”: un doppia culla Testi. E anche il motore era tosto: un Minarelli Super Sport. Decisi di rifarlo completamente e partii dal telaio. Decisi di verniciarlo di rosso e per economizzare andai con mio padre da un suo amico e collega di lavoro che faceva come secondo lavoro il carrozzaio a tempo perso (cioè in nero). Si chiamava ***ini ma lo chiamavano ***one  perché era grande grosso e anche molto burbero e grezzo. Insomma una “bestia”. Ma fondamentalmente buono anche se lo imparai dopo. Quando si tagliava un dito, o comunque si procurava una piccola ferita, dopo avere detto una sfilza incalcolabile di bestemmie, si disinfettava con… il diluente. Si, è vero, l’ho visto io. Non ricordo però se era nitro o sintetico, ma diluente era. D’altronde, un carrozzaio, un verniciatore, che pesava oltre 120 kg, mica poteva disinfettarsi con l’alcool no?

Quando andai là con mio padre e gli spiegammo la cosa, io gli chiesi il telaio rosso. Già allora era il mio colore preferito ma lui mi disse che me lo avrebbe fatto blu elettrico. Io insistetti per il rosso ma lui disse che se lo facevo blu me lo avrebbe fatto gratis. Io insistetti ancora, per averlo rosso a pagamento, ma mio padre (che avrebbe dovuto pagare) disse che il telaio sarebbe stato blu come diceva l’amico. E blu fu. “Ma perché proprio blu?” chiesi io. “A tal deg me: veddat cal zaintvintiot lè ? Ecco… l’ha da dvanter blò e la to vernis la pega lo. Et capè ades ?” (Te lo dico io: vedi quel centoventotto la ? Ecco, deve diventare blu e la tua vernice la paga lui. Hai capito perché, adesso ?) (Il centoventotto era la Fiat 128, la mamma della Ritmo e la nonna della Fiat Bravo). Questa fu la risposta del burbero carrozzaio, che subito minacciosamente aggiunse: “Cinno… me at reghel la vernìs e an voj gninta par tot al rest, ma bada ban che te tott i dè ta da gnir que a lavurer compagn a nu, da ot our la mateina a si our la sira. A san dacord?” (Ragazzo io ti regalo la vernice e non voglio niente per tutto il resto, ma bada bene che voglio che tu tutti i giorni vieni qua a lavorare come noi, dalle otto del mattino alle sei di sera. Siamo d’accordo?).

Era giugno ed era un caldo bestiale. Per una settimana andai la col “trombone” di cui sopra a cartare, lisciare, abradere, fondo, stucco a spruzzo, ecc. A mezzogiorno rimanevo, in via amichevole, a mangiare con loro: lui, la moglie e la figlia, più tre operai, ragazzetti di 20-25 anni che lavoravano con lui. Sempre ovviamente in nero. Fin dal primo giorno, a pranzo, conobbi la figlia, più o meno mia coetanea. E da li nacque una sorta di simpatia reciproca, e durante il giorno mentre lavoravo, lei si fermava a parlare con me. Ricordo che era carina e mi piaceva. Cosa che non sfuggi ovviamente al burbero padre: “Cinno, te ta da lavurèr de piò e ster piò luntàin da mi fiola… E te cinna, via, a studier de là, muvat ! ” (Giovane, tu devi lavorare di più e stare più lontano da mia figlia. E te ragazzina via, di là a studiare, muoviti !) Naturalmente non lo diceva con cattiveria dentro, si vedeva che aveva un fondo di humor. Però si faceva intendere bene. E quando il telaio e serbatoio furono finiti, blu elettrico verniciato a forno, me li rese, alla domanda di mio padre: “Tutto bene allora? “, ridendo sotto i baffi rispose: “Mo se… l’onic quel è che to fiol al sta trop atachè a mi fiola ” (Ma si… l’unica cosa è che tuo figlio sta troppo vicino a mia figlia)  Mio padre non capì la sottile ironia e cambiò faccia guardandomi minaccioso, fino a che il tipo gli rise in faccia e gli offrì un bel bicchiere di vino. Eh, era fatto così. Altri tempi.

La moto era senza libretto perché era stata abbondanata anche se poi da me rifatta. Solo una volta mi fermarono i fetentissimi gufi (a Bologna sono detti così i Vigili Urbani) di San Donato (Quartiere di Bologna). Erano peggio di quelli di Corticella anche se tra questi ultimi c’era il famigerato “Angelo” il gufo più fetente non solo di Corticella ma di Bologna. Quel giorno quelli di San Donato si erano appollaiati a metà di viale della Repubblica. Oggi è tutta una corsia d’incanalamento, semafori e ponti, e verso la fine è anche a senso unico. Anche volendo, non puoi fare nemmeno i 60. Ma all’epoca era un vialone dritto con solo il semaforo a metà strada. E quel giorno, lì c’erano anche i gufi assetati di giovincelli con le moto fuori regola. Povero me: avevo espansione e silenziatore (non omologati anche se il rumore era accettabile) carburatore maggiorato Dellorto SHB 19 (non regolare per un 50) cilindrata maggiorata a 67 cc illegalissima, ecc… ecc.. ecc…

Il motorino non aveva chiavi, dunque chiunque teoricamente, me lo poteva avviare e fregarlo. Dunque escogitai un trucco che aveva due funzioni. Nella parte inferiore del serbatoio della benza (cioè sotto) c’era una rientranza per tutta la sua lunghezza: serviva per poterlo accavallare al tubo centrale orizzontale del telaio e lì imbullonarlo tramite antivibranti in gomma. Lì sotto avevo installato un interruttore nascosto che, intervenendo a monte della bobina, mi spegneva la moto. Era una doppia sicurezza: 1 evitava di accendere il motorino a chiunque fosse passato (avevo anche provveduto a mettere un lucchetto senza catena, nel foro della corona posteriore che ne bloccavba la rotazione. Interruttore e lucchetto erano le mie uniche sicurezze antifurto. 2 se qualcuno mi avesse detto che il rumore del motorino non era regolare, una volta fermatomi e spento il motorino, spostato l’interruttore senza farmi vedere, avrei fatto la parte di quello che aveva il motorino che non andava, sperando così di farla franca, sfruttando la possibilità di far pena al gufo di turno. Oggi una roba così farebbe incazzare ancora di più il gufo, sempre più stressato, che ti manderebbe al collaudo prima di subito. Ma all’epoca erano davvero altri tempi.  Quel giorno in viale della Repubblica il rumore non era troppo per cui andavo tranquillo.

Mi fermarono (un gufo e una gufa) e mi dissero: “Documenti!”. Io gli diedi la carta d’identità (all’epoca non c’era la patente per i 50ini) e poi gli dissi: “Io l’assicurazione non l’ho, non è mica obbligatoria vero?”. Lo sapevo benissimo che non era obbligatoria ma dovevo distrarlo dal chiedermi il libretto, che  non c’era: rischiavo, come da prassi, di essere mandato al collaudo. Ma il gufo: “No! Ma ci stai su questo motorino?”. Io: “Macchè, è un cesso che non va nemmeno a spingerlo e mio padre non me ne vuole comperare uno nuovo, questo non va ‘na mazza. Fa si e no i 60” (Ma che balle raccontavo?). Ma la gufa: “Ma c’è il limite dei 40 per i ciclomotori!”. “Si lo so, ma dicevo così per dire”. E ancora lui: “Non hai la marmitta standard: il rumore è regolare? Fammi sentire, metti in moto”.  “Ok, ma devo cucciare perché è un bidone” (Cucciare = spingere il motorino).

La messa in moto era a spinta perché la pedivella dell’avviamento batteva contro i poggiapiedi, che non erano proprio arretrati come si doveva su uno stesino serio, tuttavia non erano  nemmeno in posizione normale: sta di fatto che la pedivella d’avviamento era incompatibile dunque non l’avevo mai montata. E senza pedivella dovevo spingere. Lasciai ai gufi la carta d’identità e cucciai la moto. Nel frattempo, senza farmi vedere, staccai l’interruttore nascosto sotto il serbatoio, togliendo corrente alla bobina e quindi alla candela. Spinsi, spinsi… boo… bo-booo… bo-booooo… zero. Lo ingolfai pure un pochino, volutamente: booo… bo-booo…. Sudatissimo guardai il vigile e con l’affanno per la fatica gli dissi: “Gliel’avevo detto che era un cesso! Abbia pazienza.” Spinsi per altri 30-50 metri e poi tornai indietro sempre simulando l’avviamento. Dppo averli oltrepassati di 10-20 m. mi fermai, bagnato fradicio di sudore, e facendo finta di smanettare il carburatore tipo-apri-l’aria o simile, accesi l’interruttore nascosto. Infine spinsi ancora un pochino e… Baaa… baaaaa…. Ba-baaaaaaaaaaaaaba……… Il motorino partì, subito frenai e misi la folle. Ero posizionato con l’espansione (e i gas di scarico) verso di loro e gli feci un mega sgasatone a 10.000 giri affogandoli in una nube azzurra di gas di scarico, resa ancora più fumosa dal fatto che il motorino era pure ingolfato. La miscela, in abbondanza, proprio causa l’ingolfamento, dava quel fumo azzurrognolo super inquinante. Figuratevi un motorino ingolfato… Un fumazzone, peggio dei fumogeni dello stadio. Il gufaccio mezzo intossicato, con un colpo di tosse mi intimò urlando: “Va bene, va bene! Spegni, spegni, spegni! Ok, ok!” Mi diede i documenti e poi mi disse: “Vai vai…” .  Ancora una volta avevo gabbato i gufi! Altri tempi… Altri tempi!!!

L’espansione era una Marving comperata usata da un amico a 3500 lire quando una nuova ne costava 7000. Anche il silenziatore era un Marving pagato 5000 usato, (nuovo 9000) ma solo perché il vecchio Simonini (che era più corto) faceva troppo casino anche con la lana di vetro nuova. Così lo ridiedi a chi me l’aveva venduto, anche perché dovevo ancora pagarglielo: 3000 lire. Quel Marving invece andava veramente bene. E i gufi non dicevano nulla, per cui bastava solo cambiargli ogni tanto la lana di vetro che col calore (e i fumi) si bruciava perdendo le capacità insonorizzanti. Così come bisognava pulirlo internamente dalle incrostazioni di olio che si formavano attorno al tubo retinato interno. E ovviamente andava pulita anche l’espansione, ma se il silenziatore era smontabile in 4 parti (dietro, davanti e tubo retinato interno), tutto facilmente raggiungibile e pulibile, l’espa non lo era di certo poichè era una “camera” di ferro saldata con un attacco per l’entrata e uno per l’uscita fumi. Insomma, era insmontabile. Allora che fare per le incrostazioni interne? Serviva il cannello ossiacetilenico da riscaldo per bruciarla ben bene. Solo scaldandola così, oltre i 300 gradi, le incrostazioni si scioglievano e bruciavano, liberando le pareti interne. Ma chi è che aveva il cannello? Io no. E poi servivano le bombole di ossigeno e acetilene o propano. Non c’è problema: un sedicenne che deve pulire l’espa e il silenziatore secondo voi si perde d’animo perché non ha il cannello? No no, il cannello me lo organizzai io!

Misi al centro del garage un bidone in ferro, tipo quelli da 25 kg di pittura – tempera per imbiancare la casa e dentro ci misi l’espa e il silenziatore tutto smontato, ci buttai dentro circa 1 litro di benza e infine buttai dentro un fiammifero acceso. Subito si levò una discreta fiammella quasi trasparente, tipo quella dell’alcool. Io ovviamente stavo lì a guardare, pronto con un panno a coprire il falò, se esso avesse preso una piega pericolosa. Brucia… brucia… l’espa e il silenziatore iniziarono a scaldarsi. E anche le incrostazioni d’olio iniziarono a scaldarsi e quindi a sciogliersi. E dal bidone iniziò a levarsi un leggero fumo bianco-grigiastro chiaro: tutto normale

Brucia… brucia… l’olio sciolto in mezzo alla benza si scalòdava sempre più e sappiamo bene che questo, solo quando è caldissimo, inizia a bruciare con una fiamma molto rossa. E a fare tanto fumo. Infatti il fumo aumentava… aumentava… L’olio bruciava… bruciava… la fiamma era sempre più rossa ma quasi non si vedeva più… solo un densissimo fumo diventato grigiastro scuro usciva dal bidone verso il basso, come se fosse acqua o altro liquido che stesse tracimando. Usciva e si abbatteva verso terra. In pochi istanti il garage era impraticabile. Dovetti uscire perché non respiravo più. Fuori c’era il corsello del garage ma non c’era vento. E presto il garage completamente pieno di fumo iniziò ad inondare pure il corsello. Da fuori non si vedeva più il bidone, che era sempre lì al centro del garage. La visibilità verso l’interno era di mezzo metro al massimo.

Di li a poco anche il corsello iniziò ad essere invaso dal fumo. Che si liberava lungo le due grandi aperture sul soffitto, a cielo aperto, che servivano per dare aria e luce al corsello. Ricordo che la luce del sole illuminava le colonne di fumo che uscivano dalle due aperture, più da una che dall’altra, cioè da quella che era più vicino al mio garage. Di lì a poco iniziarono a sentirsi le tapparelle che si alzavano e la gente che iniziava a guardare giù. Finché arrivò giù la prima signora, l’Elena, preoccupatissima perché temeva un incendio. La tranquillizzai ma dopo un po’ arrivò giù anche un altro signore, un ferrarese pensionato, Salvino, che stette a controllare l’operazione: evidentemente non si fidava del sottoscritto. Fino a che la benza esausta e l’olio esaurito,  fecero spegnere il fuoco. Dopo 10 minuti dallo spegnimento, potei entrare  a recuperare l’espa e il silenziatore pronti per essere cartati e verniciati. Che difatti tornarono come nuovi. Se prima quando battevi l’espa con un piccolo martello faceva un tonfo sordo “Tu, tu” ora era bello brillante “Tonn, tonn” segno che dentro era tutto pulito. Altri tempi.

Estate 1980: c’era una tipa che mi piaceva e stava con la cumpa (compagnia) alla Bolognina (Quartiere di Bologna adiacente al mio). Solo che quel gruppo era era un po’ loffio (Spento, rammollito) e alle 23 andavano a letto. Allora io e un mio amico, Luca, che aveva un Cambridge nero con un carburatore 19 laterale (anche perché centrale non ci stava – il carburatore) stavamo la a “tacchinare” (a lui gli piaceva un altra tipa) e poi quando andavano a letto, venivamo dai nostri amici a Corticella. Siccome il mio amico sapeva che prendeva della III da me, (cioè io in III lo battevo in velocità) mi sfidava solo nelle riprese (per la verità io avevo i rapporti un po’ lunghi) ed dunque sulle rirpese eravamo +/- lì. L’usanza era quella di svoltare nell’ultima via, via Gorki, una via cieca e che finiva con una rotonda, di fare il ripresone iniziale e far a gara chi frenava più tardi, cioè chi arrivava primo alla fine di questa strada cieca con rotonda dove stazionavano i nostri amici. Subito diu la dal muretto. Puntualmente verso le 11:15 – 11:30 loro sentivano due sgasatone, con cambiate a 10.000 giri, due pazzi che arrivavano a 70/80 (la strada era lunga 250 m.) e solo all’ultimissimo momento, prima del muro di fine strada, frenavamo al massimo con il freno anteriore e inchiodavamo quello posteriore lasciando ogni volta sull’asfalto una buona parte di copertone posteriore. Questa era la prassi di ogni sera, fino a quella sera che…

Arrivammo tranquilli come al solito e girammo l’angolo per iniziare la sgasatona / ripresa finale in via Gorki, quando da un palazzone adiacente dove c’erano anche le scuole medie, saltò fuori mio fratello agitando le mani come un pazzo implorandoci di fermarci immediatamente. Dopo il veloce arresto, ci spiegò che alla rotonda (a fine strada) proprio li dal centro civico e vicino al muretto di cui prima, c’era il fetentissimo Angelo e un collega che stavano sequestrando la vespa a B***. Questi era uno dei peggiori adolescenti delinquenti del quartiere (oggi le chiamano baby gang): aveva un anno in meno di me, dunque ne aveva 15, ma in fatto di risse, detenzione e spaccio di droghe, furti, ne aveva di ogni. Angelo invece era lui… il peggior vigile urbano del quartiere e forse della città. Angelo non era il suo nome ma un soprannome di derivazione dal suo cognome. Tutti noi lo conoscevamo per la sua fiscalità e intransigenza che a volte sfociava nella stronzaggine vera e propria, ed era leader nel dispensare multe a go-go ad ogni adolescente che non fosse stato in regola. Anni prima ero in un cortile a giocare a pallone con altri miei amici: la porta era il cancello del cortile e un avversario tirò il pallone alto che finì in strada, ma quando andai a raccattarlo mi trovai di fronte il Fiat 124 dei gufi con a bordo lui, il temerario, il fetente Angelo, con tanto di Rayban stile Chips che tirò giù il vetro e mi disse:” Giovane, la prossima volta c’è la contravvenzione”. un altra volta ci arrivò dietro, sempre a bordo del 124, quando io caricavo un amico sul portapacchi della mia bici Graziella: avevamo entrambi 10 anni ma ci disse: “giovani, alla prossima c’è la contravvenzione”

Mavacagheer… (traduzione inutile)

Quella sera con Luca coi motorini ci fermammo e spegnemmo le moto, spostai il mio interruttore segreto e misi il lucchettino alla corona posteriore (che aveva i fori per alleggerirla): quello era il mio blocco moto antifurto. Anche Luca chiuse il motorino, nascosto, nel palazzone della scuola media e con mio fratello, il salvatore delle moto, andammo a piedi a vedere la scena. C’erano già tutti i miei amici in “tribuna” ed era pure arrivato il carro attrezzi per sequestrare la vespa (probabilmente rubata o simile). Con il delinquente di quartiere c’era pure il suo amico, fattissimo che manco si reggeva in piedi (oggi se sei così alla guida ti arrestano). L’amico era un mio ex compagno di scuola delle medie: era un ragazzo intelligente, dinamico e brillante ed eravamo molto amici. Con lui iniziai i primi giri in motorino (con quello di suo fratello maggiore) a 13 anni nei campi infangati. Veniva a studiare a casa mia ed io andavo a casa sua. Sua madre, di origini israeliane, era una donna molto intelligente e dinamica con un lavoro ben superiore a quello delle donne medie del periodo. Poi dopo le scuole medie il mio amico iniziò a deragliare: compagnie sbagliate e vita spericolata lo portarono sino alla tossicodipendenza. È morto pochi anni fa.

Quella sera, dopo aver caricato la Vespa sul carro attrezzi, Angelo compilò il nutrito verbale e lo diede al delinquente dicendogli:” Ecco, questo è per pagare”. Il delinquente con assoluta calma lo prese, lo accartocciò e con fare di sfida disse:” Si, si, lo pago, certo, certo…” poi prima se lo mise in bocca, poi lo masticò e infine glielo sputò davanti ai piedi, girò le spalle e con l’amico fatto, se ne andarono a piedi. Dopo 5 minuti anche Angelo e il collega smobilitarono, ma io attesi almeno un ora prima di andare a riprendere lo stesino. E per paura di trovare ancora Angelo nei paraggi, venimmo a casa a piedi con le moto spente e l’interruttore rigorosamente inserito che simulasse cioè un guasto: le precauzioni non erano mai troppe con Angelo. Da quella sera non facemmo più la corsa con l’inchiodata finale: avevamo imparato a voler più bene ai nostri motorini e soprattuttoi alle nostre gomme posteriori, cioè al portafoglio dei miei genitori. A dir la verità temevamo anche che ci fosse Angelo nascosto nei paraggi.  Eh, altri tempi…

Un giorno ruppi il rubinetto della benza, avvitato ad immersione nel serbatoio. Costava 1500 lire e per non comprarne uno nuovo, riparai quello vecchio. Solo che per fare questo avevo dovuto eliminare la reticella e la pipettina di plastica che vanno all’interno del serbatoio, e che servono per avere la cosiddetta riserva. In quel modo il pescaggio è più alto, quando il livello di benza nel serbatoio scende, la moto si ferma perchè il rubinetto non pesca più, tu sposti il rubinetto in modalità riserva e il pescaggio è a zero, cioè prende tutta la benzina fino in fondo, fin che ce n’è. Ma a me la riserva non serviva perché ne avevo una super!!! Avevo messo una giunzione a “Y” sul tubo che dal rubinetto andava al carburatore, e avevo collegato a questa “Y” mezzo metro di tubo fissandone l’estremità al copri ghiera del puntone centrale dello sterzo. In questo modo, per l’effetto dei vasi comunicanti, avevo a vista, il livello costantemente aggiornato della benza che c’era nel serbatoio. Poi con un pennarello avevo tacchetttato questo tubo, litro per litro (con sottomultipli al quarto di litro) così sapevo sempre, e con esattezza, quanta benza avevo. La riserva del rubinetto che non avevo più mi faceva un baffo in confronto al mio sistema degno di una Ferrari. Come ho detto, l’estremità di questo tubo andava a conficcarsi (ma solo per estetica) nel copri ghiera del piantone del perno del manubrio. Questa estremità del tubo deve essere completamente libera e fare passare l’aria perché il sistema dei vasi comunicanti funzioni. Se io l’avessi tappato, esso non avrebbe indicato il livello di benza nel serbatoio perchè non sfiatava o prendeva aria.

Quel giorno ero sulla SS 64 verso FE, a Ca de Fabbri prima di Altedo, erano le 12:30 e stavo tornando a casa per andare a mangiare. Era luglio e c’erano 35°C quando la moto: boo… bo-boooo… boooooo… zero! Ferma. La benza? Il mio indicatore segnava 3 litri. La candela? La smontai e spinsi la moto in prima: faceva la scintilla dunque tutto era ok. Guardo dentro il serbatoio: secco totale! Ma come poteva essere se il mio super indicatore segnava 3 litri? L’indicatore a vasi comunicanti, il tubo fatto da me, terminava si nel piantone dello sterzo, ma non sfiatava, dunque era sigillato! Vabbè, ero fermo e avrei dovuto attendere le 15:30 che aprisse il benzinaio del paese (un po’ fuori paese all’epoca). Tanto valeva che spingessi verso casa e poi al primo benzinaio aperto mi sarei fermato. Sono arrivato a casa alle 15 dopo essermi fatto 7-8 km, cucciando il motorino sotto il sole di luglio. Da quel giorno rividi profondamente il sistema dei vasi comunicanti,  modificando sostanzialmente il fermo che reggeva l’estremità del tubo indicatore a cui aggiunsi anche una fessura di 2-3 mm. Altri tempi, quelli dei vasi comunicanti…

Altri tempi davvero quelli dello Stesino.

Quello che più mi rattrista è il non vedere più i giovani di oggi fare queste cose: mi manca il fatto di non rivedere più la mia adolescenza in loro, diversi come sono, con tutti quei telefonini e computer. Forse le corse in motorino non erano proprio educative e corrette, ma forse i danni psicologici da troppi video games, social, telefonini e computer li si vedranno tra 10 o 20 anni. Nel caso dunque qual è il male minore. La vostra risposta non può che essere condizionata dalla vostra età e dal vostro imprinting adolescenziale. Resta il fatto che tutto sommato, quelli dello stesino sono stati anni fantastici e che non sono più ritornati, anche perché i tempi sono cambiati.